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RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE NEL TRAPIANTO DEI CAPELLI:
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| Dott. Catello Balsamo | |||
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Fino a poche decine di anni fa, il trapianto dei capelli era un'attività superficialmente conosciuta o addirittura ignorata, anche dalla classe medica. Oggi giorno, con la perseveranza di chi ci ha creduto e si è dedicato per tanti anni, questa attività ha conquistato una propria identità indiscutibile, a tal punto che è diventata una "specialità nella specialità", e ci si sposta da un angolo all'altro del mondo per partecipare agli innumerevoli meetings e per trasmettere ai nostri colleghi le nostre esperienze chirurgiche ed i mezzi per raggiungere risultati sempre migliori, ma raramente abbiamo parlato del nostro paziente. In fondo, se oggi questa branca chirurgica esiste è perché c'è chi, della caduta dei capelli, ne fa un problema, a volte grave. Chiunque di noi abbia maturato molti anni di attività nel trapianto dei capelli, ed abbia effettuato tanti interventi, avrà certamente avuto modo di notare quante sfaccettature si trovino nelle motivazioni che portano questo particolare paziente alla nostra osservazione. Chissà quante volte ci siamo chiesti cosa lo muove a chiedere
il nostro aiuto, perché ci sono individui, come me, ad esempio,
che convivono con la propria calvizie con disinvoltura, ed altri disposti
a tutto pur di riavere i propri capelli. Molte volte mi sono chiesto se il nostro compito si esaurisce dandogli capelli, oppure va oltre. Credo che conoscerlo meglio possa essere di aiuto al fine di operare
sempre con maggiore professionalità. Giovan Battista Della Porta, noto medico del XVI secolo, diceva nel suo libro "De Humana Physiognomia", che i capelli sono importanti perché proteggono il capo dal caldo e dall'umidità. Ma secondo altri sono anche un ornamento, la cornice del nostro capo. Perdere i capelli è come cambiare i rapporti con la nostra persona, perchè non ci identifichiamo più con quel modello che la società ci ha sempre proposto. La calvizie è un problema che ha afflitto l'uomo da tempi imemorabili. La perdita dei capelli è stata sempre vissuta in modo drammatico dal giovane, fino a condizionarne la propria vita di relazione. Il paziente affetto da calvizie androgenetica, è quasi sempre una persona introversa, timida, socializza poco, è nervosa. A volte cerca di nascondere il suo nervosismo con un atteggiamento egocentrico, ma il centro della sua attenzione sono sempre i suoi capelli. È una persona che noi abbiamo il dovere di recuperare psicologicamente, e per questo dobbiamo sempre tener presente che non dobbiamo mai deluderlo. È molto importante per questo la colllaborazione di uno psicologo,
anche se è un consiglio che il nostro paziente difficilmente accetterà.
A volte è meglio invitarlo a riparlarne in un altro momento per
dargli così la possibilità di ripensarci. Non è raro
il caso di chi, in una seconda occasione ha cambiato opinione accettando
con occhio benevolo la sua situazione, e rinunciando all'intervento. E allora bisogna avere chiarezza, non nascondergli niente, perchè non c'è niente da nascondergli, tanto i capelli trapiantati ricrescono, e questo noi lo sappiamo con certezza. Raramente le aspettative del nostro paziente coincidono con quelle del medico. Ciò che vuole il paziente è sempre "tanti capelli", ma tanti quanti? Dobbiamo essere capaci di trasmettere al paziente la realtà del trapianto, dirgli che non è un miracolo, che non possiamo moltiplicare i suoi capelli, per cui non possiamo mai dargli la densità che lui crede di poter riottenere. Di solito si presentano alla nostra attenzione con una foto personale di una realtà passata, chiedendo di riportarlo a quella, o di qualche personaggio cui voler somigliare. Ci chiedono se poi, dopo l'intervento, si vedrà il cuoio capelluto in controluce, se ci saranno cicatrici visibili sull'area ricevente, come sarà la cicatrice occipitale, e tante altre domande. Ecco, bisogna insistere sul fatto che non avrà mai la densità che lui immagina, perchè i capelli, ripeto, non sono moltiplicati, ma distribuiti su una superficie più ampia, per cui più è ampia l'area interessata, meno densa sarà la realtà. Non possiamo sostituirci a Madre Natura, e dobbiamo fargli capire che, in ogni caso, ricoprire la superficie con la densità originaria, vuol dire prelevare dall'area donatrice una superficie grande quanto la zona da ricoprire, e in questo caso il problema lo avremo sulla zona del prelievo. Il nostro paziente è quasi sempre una persona che cercando soluzioni
al suo problema, si è già rivolto altrove, incontrando spesso
individui non medici, ciarlatani senza scrupoli, che pur di far soldi,
gli ha proposto ogni sorta di soluzione, dalle lozioni miracolose, alle
terapie di ignota composizione e di dubbia efficacia. È nostro dovere capire se la soluzione al problema sta nel trapianto,
oppure è da cercare altrove. Il nostro paziente non è solo il calvo, ma anche il giovane che ha paura di diventare calvo, il giovane che al risveglio comincia a vedere più capelli del solito sul cuscino, e allora comincia a passarsi continuamente la mano sulla testa, conta i capelli caduti, si confronta con gli altri coetanei, in silenzio per paura di essere deriso, osserva i più adulti, quelli ormai calvi, e si immagina anche lui in quella situazione. Comincia la battuta scherzosa degli amici, e di lì alla psicosi, il passo è breve. Quando intervenire. È difficile stabilirlo. C'è chi consiglia non prima dei venticinque anni, quando l'area interessata è ormai definita, o quasi, e il tempo ha effettuato una selezione naturale di guariti o depressi. Credo che non tocca solo a noi decidere il quando. Noi dobbiamo solo
consigliare. Non siamo noi che viviamo quel problema. Problema che è
sempre di diversa intensità, da individuo a individuo. Problema
a volte drammatico per chi lo sopporta. E noi, per quanti sforzi possiamo
fare per capirlo, non riusciremo mai ad entrare in quel mondo, ad immedesimarci
in lui. A volte, scendere ad un compromesso di un trapianto di pochi capelli
distribuiti bene, al di là dell'età, è sufficiente
a recuperare un depresso. È molto importante anche consigliare bene dove e come disporre gli innesti, per cui è utile capire i desideri del paziente, e, quando è necessario, corrergerlo con un disegno frontale più appropriato, che sia proiettato nell'aspetto futuro del paziente, quando probabilmente perderà tutti quei capelli che erano destinati a cadere e si ritroverà solo con quelli trapiantati. E solo allora si vedrà se il nostro lavoro è servito a qualcosa. Quasi tutti questi pazienti vorrebbero capelli, il più basso possibile sulla fronte e sulle tempie, perchè è così che erano nell'adolescanza, e non si rendono conto che con gli anni tutto il loro aspetto va cambiando; la stessa stempiatura fa parte di quella trasformazione che cambia il fanciullo in uomo. Allora dobbiamo proiettarci nel futuro di quel che sarà del nostro paziente, e far sì che lui continui ad accettarsi. Anche allora. È questo che dobbiamo tener sempre presente, specialmente quando
dobbiamo intervenire su un defluvium. Se terremo presenti tutti questi principi, solo allora potremo coscientemente dire di aver lavorato soprattutto per il paziente. |
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